Intervista a Marina Latini, presidente di The Document Foundation

È stato eletto il nuovo presidente di The Document Foundation, l’organizzazione no-profit che promuove e sviluppa LibreOffice. E per la prima volta dalla sua fondazione è una donna a ricoprire il ruolo di ChairWoman. Ed è pure italiana!

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Dopo una prima votazione avvenuta nei mesi scorsi Marina Latini è stata nominata presidente (ChairWoman) nella riunione del 18 febbraio. Marina ha una laurea in Informatica conseguita all’Università degli Studi di Perugia e sta conseguendo la Laurea Magistrale in Informatica presso l’Università Statale di Milano. Lavora nella Divisione LibreOffice di Studio Storti Srl, dove gestisce e segue tutti le fasi dei progetti di migrazione a LibreOffice e organizza e cura gli aspetti legati alla formazione degli utenti migrati.

Le abbiamo fatto qualche domanda su The Document Foundation e sul software libero.

 

Ciao Marina, parlaci di The Document Foundation. Cosa fate?

The Document Foundation è un’organizzazione no-profit, indipendente, di diritto tedesco che si occupa di supportare, promuovere e sviluppare la suite di produttività personale LibreOffice. Inoltre The Document Foundation gestisce anche il Document Liberation Project, una comunità di sviluppatori che realizza degli strumenti di conversione e supporto da formati di file proprietari al formato standard e aperto ODF.

Libreoffice vs OpenOffice. Quale è la differenza tra le due suite?

LibreOffice è quello che in gergo tecnico si definisce fork di un prodotto. Il software è stato creato nel 2010 dai leader del progetto a partire dal codice di OpenOffice.org e successivamente si è evoluto grazie ai contributi degli oltre 1000 sviluppatori che nel tempo hanno partecipato e che tutt’ora contribuiscono al codice. OpenOffice.org era un prodotto sviluppato da SUN e successivamente da Oracle basato su una gestione completamente differente della comunità di utenti contributori. Nel caso di OpenOffice.org si aveva infatti una gestione ad ombrello in cui l’azienda influenzava le decisioni da prendere e dirigeva in progetto. Nel caso di LibreOffice il paradigma è stato completamente ribaltato; le decisioni sono prese dalla comunità che, senza influenze di tipo commerciale, decide in che direzione guidare il progetto.

Oggi OpenOffice, a causa dell’atteggiamento delle aziende che lo hanno sostenuto, e che lo hanno abbandonato quando è stato chiaro che la comunità stava dalla parte di LibreOffice, non ha un numero di sviluppatori sufficiente per garantire il suo futuro.

Perché scegliere il software libero? Cosa ha un software proprietario che non va?

Il software libero è sinonimo di condivisione del sapere, libertà da vincoli e lock-in e abbattimento del divario tecnologico tramite la diffusione delle tecnologie. Un software proprietario, al contrario, vincola chi lo utilizza tramite un legame indivisibile con un unico fornitore di software. Questa tipologia di vincoli porta a restrizioni anche della libertà stessa dell’utente poiché l’acquisto del prodotto coincide con la licenza d’uso del software, che rimane di proprietà della software house (anche se questo non è affatto chiaro).

Perché nei laboratori di ricerca si dovrebbe sempre fare uso di software libero?

Si può immaginare immediatamente quanto possa essere limitante l’uso di prodotti proprietari. Nei centri di ricerca ci si rivolge alle tecnologie open source proprio per svincolarsi da legami commerciali che, paradossalmente, potrebbero addirittura limitare il campo di ricerca stesso. Il CNR è sicuramente un esempio virtuoso in cui si fa un solido uso di prodotti liberi ed open source.

Però non è sempre facile vedere un computer di un ufficio pubblico che monta software libero. Quanto risparmio ci sarebbe?

Il settore pubblico italiano sta cambiando anche se la strada da percorrere è ancora molto lunga. Stiamo assistendo a numerose migrazioni a LibreOffice. Per citare alcuni esempi famosi riporto il caso del “Progetto LibreUmbria”, dei comuni di Bari, Bologna, Piacenza, le province di Macerata, Milano, Bolzano e del recente Stato Maggiore della Difesa. Il risparmio è notevole anche se non bisogna considerare nullo il costo di adozione del software libero. Non si hanno costi di licenza ma il passaggio al nuovo prodotto implica sempre dei costi di uscita che variano in base alla dipendenza esercitata dal software precedentemente in uso. L’adozione di LibreOffice aggiunge anche altri interessanti spunti di riflessione. Oltre a ridurre il “rapporto di dipendenza“ e migliorare l’interoperabilità dei documenti si ha la possibilità di riportare le competenze all’interno dell’ente che lo adotta. La Fondazione, infatti, ha ideato un protocollo di migrazione e di formazione che permette di ottenere una migrazione di successo e di formare i dipendenti attraverso personale altamente qualificato e certificato.

 

 

 

 

 

 

 

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