Prevenire le pandemie con investimenti nella ricerca e preservazione dell’ambiente


Virus che fanno il salto di specie dai pipistrelli e infezioni trasmesse dalle scimmie. A distanza di due anni e mezzo dal primo caso di Coronavirus, cosa abbiamo imparato?

Ieri è stato confermato il primo caso in Italia di vaiolo delle scimmie “​​Si tratta di un giovane adulto, di ritorno da un soggiorno alle isole Canarie, che si era presentato al Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I”, fa sapere INMI Spallanzani “Il quadro clinico è risultato caratteristico del Mokeypox virus. La persona è attualmente ricoverata in isolamento, in discrete condizioni generali. Sono in corso le indagini epidemiologiche e il tracciamento dei contatti”. Nelle ultime ore è arrivata la conferma anche di altri due casi in Italia e circa una ventina, per il momento, nel resto d’Europa

Massimo Ciccozzi, responsabile dell’unità di Statistica medica ed Epidemiologia della facoltà di Medicina e Chirurgia del Campus Bio-Medico di Roma, ci spiega di cosa si tratta e quali sono i rischi a cui andiamo incontro.

“È una zoonosi che avviene attraverso il passaggio, in questo caso, probabilmente dalla scimmia all’uomo, ma in determinate aree dell’Africa Centrale e dell’Africa Occidentale ci sono molti casi divisi tra due lignaggi diversi” 

Image credit: Pox Viruses ROGER HARRIS/SCIENCE PHOTO LIBRARY via Getty Images

Ma come è arrivato fin qui? 

“Tutto quello che stiamo vedendo in Europa, dice un report inglese di qualche ora fa, sembra provenire dalla Nigeria. Si tratta di una malattia dei viaggi, non avviene per spillover ma per contagio attraverso contatto diretto con la scimmia, oppure con persone che hanno avuto contatti (in quelle aree viene macellata a mani nude). Appartiene alla famiglia in cui c’è anche il vaiolo umano, ma è diverso, il decorso sembra essere più blando e risolvibile in un paio di settimane. Il tasso di mortalità che abbiamo è molto alto, si parla di 8,7% in media tra i due lignaggi, ma si tratta di un dato Africano”.

Come avviene il contagio?

“Oltre al contatto diretto, c’è il contagio uomo-uomo, attraverso il passaggo di fluidi biologici, attraverso goccioline che arrivano parlando a distanza ravvicinata, o toccando le crosticine delle pustole infette. Ma se si utilizzano le comuni norme igieniche non occorre preoccuparsi”.

Tutto ci dice che dovremmo tenere in maggior considerazione la tutela dell’ambiente…

“Questa è la rivolta dell’ambiente sull’uomo. Ce ne siamo già accorti con Ebola e la deforestazione per il biocombustibile. Poi abbiamo avuto l’esempio dell’”aviaria”, della MERS dei cammelli, poi ancora H1N1 conosciuta come “suina”. Abbiamo avuto molte occasioni per riflettere sulle conseguenze che la deviazione di un ecosistema comporta. Vale la pena fare una riflessione anche per questa volta causata dal contatto con animali selvatici”.

Cosa cambia rispetto a uno spill over?

“Uno spillover può capitare per mutazione casuale: il virus presente nell’animale tende a mutare per trovare un ospite più adatto. Il Coronavirus si sta adattando all’ospite uomo: generalmente ci vogliono 4/5 anni perché questo avvenga. Noi abbiamo aiutato il Coronavirus ad adattarsi, essere più contagioso (e contestualmente meno letale) attraverso anche una pressione dell’ambiente esterno esercitata del vaccino, nonché con l’uso delle mascherine che non garantendo il passaggio a un altro ospite lo hanno “costretto” all’adattamento nell’ospite in cui si trovava”.

Ritiene che l’Italia sia pronta a far fronte a una prossima pandemia?

Dobbiamo fare un sistema di sorveglianza genomico ed epidemiologico serio. Non lo abbiamo costruito. UK, Belgio e Portogallo hanno istituito centri di sorveglianza genomica nazionale con investimenti importanti. Questi centri studiano attraverso una rete di laboratori i materiali biologici del paziente, eseguendo sequenze genomiche e fornendo dati per analisi epidemiologiche. Proprio come quella arrivata dagli inglesi poco fa che ha confermato si tratti di una malattia dei viaggi partita dalla Nigeria. Questo consente l’interruzione della catena di contagio alla base del problema, monitorando chi viaggia verso la Nigeria, chi viene da lì e dai Paesi vicini. Sono studi che forniscono numerose informazioni in più rispetto a una sorveglianza epidemiologica classica”. 

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